Monocultura e immaginario

Sul sito del Post è presente una bellissima rubrica curata da Antonio Pascale, in cui ogni settimana è affrontato un tema di interesse generale legato all’agricoltura. L’argomento di questa settimana è decisamente attuale: la sostenibilità.

Per affrontare questo complesso concetto, Pascale ha chiesto l’aiuto di Sergio Saia, ricercatore presso il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria (CREA), e da questo dialogo è nata una bellissima intervista, di cui vi consiglio la lettura (qui il link).

Il passaggio che in assoluto ho apprezzato di più è questo: Pascale scrive che “quello che ci rovina è la monocultura dell’immaginario, cioè crediamo che esista solo una soluzione, o fai il bio o fai le biotecnologie, e se fai il bio non parli, anzi attacchi i biotecnologi, o fai le rotazioni o l’agricoltura intensiva, o fai morire le api o favorisci la biodiversità, o compri dal contadino sotto casa o sei servo e pagato dalle multinazionali. Nei miei sogni immagino che il bio sia un contenitore nel quale entrano nuovi modi (ripeto testati e con evidenze scientifiche) di fare agricoltura, e in effetti mai come oggi abbiamo una nuova cassetta degli attrezzi”. ” Quanto auspichi sul bio<risponde Saia a Pascale> vale per tutta l’agricoltura, sia bio, sia non bio. Le affermazioni fondate sulle evidenze dovrebbero esistere per ogni settore. Nei fatti le sperimentazioni ci sono, ma lungi da me dire che siano tanti. La ricerca nel settore (agricolo, non solo bio) gode di finanziamenti modesti, soprattutto da parte delle aziende. E lo stato non si spreca. E concordo: la rovina è proprio quella che chiami “monocoltura dell’immaginario”. Ad esempio, i miei sogni corrispondono ai tuoi, ma applicati a tutto il settore, non solo al bio. Il bio ha più esigenze di innovazione solo perché rinuncia deliberatamente a parte della stessa innovazione”.

Penso che sia un passaggio fondamentale per ricordarci che l’agricoltura biologica è una forma di agricoltura che può essere, in alcuni casi, la soluzione ai problemi di sostenibilità, ma anch’essa necessita di innovazioni ed è solamente una delle possibilità da attuare. Anzi, sebbene l’agricoltura biologica abbia come presupposto il rifiuto delle biotecnologie, è proprio l’agricoltura biologica che, in assenza di molti “strumenti” da usare in campo, potrebbe trarre i vantaggi più grandi dalle nuove forme di miglioramento genetico .

Come più volte Saia sottolinea, in Italia abbiamo un grande problema che è culturale tanto quanto agrario, legato ad una non corretta percezione di cosa sia realmente la sostenibilità. Per capire come viene percepita la sostenibilità, Saia con alcuni colleghi del CREA e alcune università italiane hanno lanciato un questionario compilabile da tutti (lo trovate qui). Io l’ho già compilato, voi cosa aspettate a farlo?

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