I semi del futuro tra immobilismo e innovazione

Se mi fosse data la possibilità di avere un super-potere e di poterlo scegliere, non avrei dubbi: vorrei poter vedere il futuro. Sarebbe oggettivamente molto bello vedere cosa ci riserverà il futuro… o meglio sarebbe interessante farlo, mentre è tutt’altro che certo che ci piacerebbe quello che potremmo vedere.

Se siete impazienti e volete iniziare già ora un viaggio nel futuro, potete partire con Michele Morgante alla scoperta dei “Semi del futuro” (Il Mulino) e delle tante metodiche di cui già oggi disponiamo per “avere piante capaci di utilizzare meglio i fattori ambientali come acqua e fertilizzanti e di difendersi meglio dai patogeni”… se solo fossimo disposti ad accettarne l’uso. Come infatti evidenzia Morgante, “se riuscissimo a mettere assieme tutte queste soluzioni senza precluderci a priori la possibilità di utilizzarne alcune, io credo che potremmo arrivare molto più velocemente a risolvere il problema. Negarsi aprioristicamente la possibilità di fare alcune cose in nome di considerazioni che hanno poco a che fare con la logica, come nel caso dell’editing genetico, non è la strada migliore”. Morgante non si limita infatti ad illustrare le metodiche utili per un moderno miglioramento genetico, ma evidenzia anche il prezzo che rischiamo di pagare rinunciando a questa preziosa fonte di innovazione.

Come suggeriva Deborah Piovan in un recente incontro organizzato da Assobiotech e da StartupItalia (che potete rivedere dal link sottostante), “per produrre cibo sostenibile c’è bisogno di tutta l’innovazione possibile e bisogna liberare le biotecnologie da vincoli normativi obsoleti. Le paure vanno affrontate e le posizioni ideologizzate abbandonate. Bisogna autorizzare le prove in campo per le piante da biotecnologie. E serve un adeguamento normativo che liberi l’innovazione biotecnologica”.

In modo analogo, Morgante illustra la preoccupante situazione italiana, in cui non solo stiamo vivendo una fase di immobilismo genetico, ma addirittura guardiamo con favore al passato mettendo a repentaglio ciò che ci resta dell’agricoltura italiana: “la strada per una agricoltura sostenibile passa anche attraverso l’utilizzo delle tecnologie più avanzate, che possono permetterci di rinnovare il grande patrimonio varietale italiano per renderlo più adatto alle sfide di una ambiente che cambia e di un’agricoltura che deve migliorare la sua impronta ambientale”.

“Oggi la percentuale di popolazione che è coinvolta nella pratica agricola è poco meno del 4%. Il 90% ha completamente perso il contatto con il mondo contadino. (…) In assenza di conoscenze, la narrazione diventa decisiva e in questa situazione è difficile far passare il messaggio che produrre alimenti ha costi ingenti”.

Secondo Morgante inoltre serve ricordare che i semi non sono un romantico prodotto dell’agricoltura, ma sono veri e propri concentrati di tecnologia e quindi è importante tutelare i semi con certificazioni e forme di protezione della proprietà intellettuale a tutela di chi investe per “realizzarli”: “produrre semi richiede competenze e tecnologie che sono molto diverse rispetto a quelle necessarie per produrre alimenti”.

“Da solo l’agricoltore non può ottenere il seme che gli consente di coltivare la migliore varietà possibile <scrive Morgante>, quella più produttiva. (…) Non dispone di conoscenze sofisticate di genetica che gli consentano di arrivare a produrre quel concentrato di tecnologia”. L’agricoltore quindi “è bravissimo a fare altre cose, ma sviluppare sementi è un lavoro diverso dal suo”. “Così come oggi non è più il farmacista o il medico a preparare le medicina, ma l’industria farmaceutica che produce i farmaci, allo stesso modo si è creato un divario in agricoltura tra chi produce le sementi e chi le usa”.

La posizione di Morgante su questi aspetti mi ha richiamato quanto letto nel bellissimo libro di Elisabetta Tola e Marco Boscolo, intitolato “Semi ritrovati” (di cui ho parlato qui), in cui si suggerisce una via decisamente diversa. Tola e Boscolo suggeriscono infatti di recuperare varietà abbandonate e di coinvolgere direttamente gli agricoltori nella definizione delle caratteristiche che le nuove varietà devono avere e nella produzione dei semi. Chi ha ragione?

Per avere una risposta vi toccherà venire al Food & Science Festical di Mantova, dove si terrà una tavola rotonda in cui parleremo proprio di questo tema sia con Michele Morgante che con Elisabetta Tola e Marco Boscolo. Ci vediamo a Mantova!!!

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