Agricoltura e innovazione

Nei mesi scorsi mi è capitato in varie occasioni di discutere di innovazione e del perché l’agricoltura italiana sia in ritardo nell’introdurre molte innovazioni già disponibili (legate ad esempio alla digitalizzazione) rispetto ad altre nazioni.

Come evidenziava anche questo articolo di Agronotizie, il settore primario italiano è in fortissimo ritardo sul tema digitalizzazione, tanto che nel 66,7% delle imprese agrifood “la visione del lavoro è assolutamente arcaica e il massimo della modernità è rappresentato dalla partecipazione a qualche corso di aggiornamento professionale. In questo insieme si può trovare il ricorso all’esternalizzazione e al lavoro salariato, ma mai agli strumenti informatici o al web”. Nel 29,5% delle imprese, “la visione dell’agricoltura non è più arcaica come nel primo. È tradizionale, ma orientata al mercato pur rimanendo poco tecnologica. In questo insieme le fonti di guadagno si differenziano e l’approccio può arrivare ad essere fortemente imprenditoriale, pur continuando a escludere strumenti IT o internet”. Solo il 3,8% delle imprese agricole presenta invece buoni livelli di digitalizzazione e queste imprese si localizzano prevalentemente al Centro-Nord, tra Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto. 

Sicuramente l’assenza di adeguate infrastrutture è parte del problema (come riportato anche qui), ma manca in generale, per lo meno a mio parere, un vero piano di sviluppo verso l’agricoltura 4.0, così come mancano le figure professionali che possono favorire questo passaggio.

Sebbene non espressamente dedicato all’agricoltura, può essere decisamente interessante leggere il libro che Ivan Ortenzi, Chief Innovation Evangelist di Bip, appassionato di Corporate Innovation e Corporate Creativity, ha dedicato al tema dell’innovazione e al ruolo dell’innovation manager. Il libro “Innovation manager. Disegnare e gestire l’innovazione in azienda” affronta infatti il ruolo dell’innovazione nel successo delle imprese e mostra come in molte occasioni a mancare siano proprio quelle figure che possono aiutare le aziende a vincere quella naturale ritrosia che da sempre ostacola l’introduzione di novità.

Come scrive Nino Lo Bianco nella prefazione del volume, “oggi viviamo una rivoluzione: la digitalizzazione. Digitalizzare un’azienda non consiste nell’adeguamento e nella modernizzazione delle pratiche e dei processi utilizzati sfruttando le opportunità (…) rese possibili dai nuovi strumenti disponibili. E’ molto di più. Richiede una sforzo per immaginare, introdurre, sperimentare nuovi orizzonti e nuove possibilità”.

Introdurre l’uso del computer è utile, ma cambiare non significa necessariamente innovare: “per innovare occorre essere dotati o dotarsi di competenze e strumenti specifici per accrescere la capacità dell’azienda di generare, intercettare, validare e sviluppare innovazione”. Quello che manca oggi è un approccio strutturato e sistematico all’innovazione nell’agrifood, in cui prima di pensare all’introduzione di costosi agribot, si mostrino le potenzialità di strumenti per la gestione idrica, per la tracciabilità delle filiere e per il monitoraggio dello stato di salute delle piante. Come suggerisce Ortenzi, “non bisogna focalizzarsi sull’innovazione radicale o dirompente, le innovazioni incrementali sono quelle più idonee a stimolare e sostenere il successo.”

L’ideale sarebbe ovviamente “avere un presidio strutturato con persone dedicate” per ottenere risultati ottimali, ma questo forse non è pensabile per la maggior parte delle aziende agrifood, in quanto sono di piccole o medie dimensioni. Sarebbe decisamente utile mettere a loro disposizione strutture per il trasferimento tecnologico avanzato e l’innovazione di cui l’Hub Innovazione Trentino (HIT) è un ottimo esempio.

Ciò che manca sono gli innovation facilitator che guidano l’adozione di strumenti che possono dare alle aziende nuove possibilità. Ad esempio, recentemente mi è capitato di dialogare con una grande azienda del biologico, in cui tutti i dati di campo sono esclusivamente cartacei e in caso di contestazioni servono giorni per avere i dati richiesti (che per altro sono “storie proprio così” nel senso che li prendi come tali senza avere grandi possibilità di verifica). Digitalizzare in questo caso non vorrebbe solamente dire rendere questa ricerca più veloce, ma sarebbe anche un modo per passare realmente a filiere trasparenti e tracciabili, perchè disponendo di dati digitali è semplicissimo adottare strumenti basati sulla blockchain che mettano a valore per i consumatori la trasparenza delle aziende.

Durante questi incontri, mi sono sentito dire che la mia era una bella idea, ma che forse è troppo presto per adottarla e che poi non è detto che i clienti comprino questi prodotti tracciati. In modo molto divertente queste sono le scuse 1, 7 e 18 dell’elenco di Ortenzi. Se anche voi a fronte delle innovazioni vi siete detti che forse è troppo per voi, che il mercato non è pronto, che avete sempre fatto così o che per cultura avete una avversione al rischio, non vi resta che leggere il libro di Ortenzi da un lato per vedere quanto è naturale temere l’innovazione e, nel peggiore dei casi, avrete modo di imparare non meno di altre 160 frasi killer dell’innovazione.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. pregiuliano ha detto:

    Non fa una piega! Grazie.

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  2. pregiuliano ha detto:

    Lei Mauro scrive: “…Durante questi incontri, mi sono sentito dire che la mia era una bella idea, ma che forse è troppo presto per adottarla e che poi non è detto che i clienti comprino questi prodotti tracciati. In modo molto divertente queste sono le scuse 1, 7 e 18 dell’elenco di Ortenzi…” Se posso da agricoltore propenso all’innovazione mi permetto di confermare che in effetti è Il modo (poco divertente per noi) usato per coltivare il digital divide, perché a questo punto possiamo parlare di vero e proprio impegno nella coltivazione del gap tecnologico in agricoltura da parte delle associazioni di categoria, basta vedere quanta formazione online abbiamo avuto durante il lockdown… 0.0
    Mi perdoni lo sfogo. Saluti e ancora grazie.

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    1. Mauro Mandrioli ha detto:

      sono effettivamente d’accordo. Non basta mettere qualche incentivo, ma serve costruire una rete che favorisca l’innovazione delle aziende.. non a caso si parla di costruzione di un ecosistema dell’innovazione. Per me questo sarebbe il modo più utile per tutelare il made
      in italy perchè rendi le aziende solide e competitive

      Piace a 1 persona

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