Alla ricerca dei semi dimenticati

Come vi immaginate l’agricoltura del futuro? Negli ultimi mesi mi sono posto sempre più frequentemente questa domanda e mi ha colpito il fatto che in questi mesi siano stati pubblicati numerosi libri che partono dallo stesso quesito. Tra questi merita sicuramente di essere letto “Semi ritrovati” scritto dai giornalisti Elisabetta Tola e Marco Boscolo (pubblicato da Codice Edizioni).

“Semi ritrovati” è un vero e proprio libro di viaggio, che per molti versi mi ha ricordato, anche per qualità di scrittura, il celeberrimo “Il dilemma dell’onnivoro” di Michael Pollan. Tola e Boscolo hanno infatti viaggiato dall’Europa all’Africa e all’America per conoscere e intervistare “numerose persone, sparse ai quattro angoli del mondo, che hanno lavorato per proporre una via alternativa allo sviluppo agricolo rispetto a quella della Rivoluzione Verde e dell’agricoltura industriale”.

Ad accompagnarli nel loro viaggio c’è un ospite “virtuale” molto importante, che alla ricerca dei semi nascosti in ogni angolo del globo ha dedicato la propria intera vita (o almeno fino a quando il governo russo non decise di confinarlo in Siberia!): Nikolaj Vavilov.

A Vavilov si deve infatti la scoperta degli hot spot di biodiversità per i principali tipi di colture conosciute dove, come ricordano gli Autori di “Semi ritrovati”, ogni hot spot è “una sorta di paradiso dei potenziali tratti genetici da poter sfruttare per produrre nuove varietà di piante” partendo da luoghi in cui sono state domesticate per la prima volta”.

Vavilov realizzò direttamente, o attraverso i suoi collaboratori, oltre 180 spedizioni in 65 paesi tra gli anni Venti e Trenta del Novecento. Per preservare questo patrimonio di biodiversità ebbe l’idea di conservare tutti gli esemplari in un sito di stoccaggio. Così è nato il centro Vavilov, di fatto la prima banca dei semi al mondo. Una collezione composta da più di 350 mila esemplari, il trenta per cento dei quali rappresenta specie estinte in natura, ma ancora oggi di grande valore per l’agricoltura, come alcune patate selvatiche originarie del Cile e del Perù. 

L’Istituto delle risorse genetiche vegetali, come si chiama oggi questa grande banca dei semi creata da Vavilov, è ancora oggi, è una delle più importanti al mondo, superata solo da alcune biobanche americane e cinesi, oltre che da quella delle Isole Svalbard, la banca di tutti i semi del mondo (come ricordato qui in Aula di Scienze Zanichelli da Elisabetta Tola).

Seguendo Marco Boscolo ed Elisabetta Tola avrete l’occasione di scoprire varietà di frumenti dai nomi evocativi (come Timilia, Margherito, Bidì e Maiorca), così come tanti gruppi di agricoltori che “stanno cercando di costruire nuove filiere e proponendo un’economia parallela e vivace che consenta loro di lavorare, e al contempo, di vivere bene, in salute e in ambiente sano”.

“La tradizione è il nostro futuro” afferma risoluto agli Autori di “Semi ritrovati” Jacques Namtchougli, un agricoltore tongolese che cura un progetto di conservazione di semi locali. Su questo aspetto io non posso che essere d’accordo, nel senso che l’agrodiversità rappresenta una fonte preziosa di caratteristiche da studiare per creare nuove varietà. Il punto in cui mi sento invece più lontano da Marco Boscolo ed Elisabetta Tola e il modo in cui questo risultato può essere raggiunto. Molte specie di cereali sono state abbandonate perché poco produttive e andare a ricoltivarle come tali può sicuramente aiutare a favorirne la conservazione, ma per far fronte alle nuove sfide del riscaldamento globale non sono certo che possa bastare riportarle in campo. Di queste varietà possono sicuramente interessarci alcuni geni da introdurre però in varietà moderne produttive. Oggi possiamo realizzare in laboratorio le varietà che servono andando ad avere colture adatte a un territorio specifico e al suo clima di riferimento. La differenza non è solo di metodo (campo vs laboratorio), ma anche concettuale nel senso che molti agricoltori del libro recuperano vecchie varietà e fanno incroci in campo, io penso invece a un vero e proprio disegno razionale di nuove varietà. Sicuramente io mi riconosco maggiormente in quelli che nel libro sono indicati come tecnoscientisti per identificare chi pensa che le varietà debbano essere create nei laboratori e non nei campi… ma questo è effettivamente quello che penso. Sono però concorde con gli Autori che la ricerca debba essere sempre più spesso fatta con gli agricoltori andando quindi a costruire quello che realmente serve così da garantire non solo la presenza di pianta adatte alle condizioni locali, ma anche per le applicazioni tradizionali.

Sicuramente è importante, e questo rappresenta l’elemento che accomuna tutti i capitoli, eliminare i vincoli normativi che soffocano e limitano la diffusione dei semi tradizionali perché è importante che ogni agricoltore possa coltivare in campo le varietà che ritiene più adatte alle proprie necessità, ma questo dovrebbe valere indipendentemente dal fatto che i semi siamo tradizionali.. oppure OGM. I semi sono un patrimonio di storia e di geni e ogni agricoltore dovrebbe avere la possibilità di scegliere cosa vuole mettere nei propri campi.

Un ulteriore aspetto interessante è il fatto che un crescente numero di agricoltori abbia deciso di recuperare l’agrodiversità anche per differenziarsi sul mercato andando non solo a coltivare i cereali, ma anche a produrre farine e derivati. Come mostrava un articolo del Sole 24 Ore di Agosto (qui il link) nell’ultimo anno più del 60% dei consumatori italiani ha dichiarato di preferire l’acquisto di prodotti alimentari sia tipici/legati a una specifica zona, mentre il 58% che siano fatti da piccole aziende del territorio. Oggi questa tipologia di prodotto copre circa il 10% delle vendite, sarà però interessante vedere cosa accadrà al loro mercato quando il numero di realtà simili inizierà ad aumentare in modo marcato.

“Semi ritrovati” dedica ampio spazio anche ai cambiamenti climatici e alla sostenibilità, aspetto quest’ultimo su cui effettivamente l’agricoltura convenzionale (termine che preferisco a industriale) deve lavorare. È interessante osservare come Marco Boscolo ed Elisabetta Tola abbiamo scelto di focalizzare sul recupero di semi “antichi” la propria attenzione non come unica soluzione ai tanti problemi dell’agricoltura, quanto per indicare un primo possibile ambito di intervento. Per Boscolo e Tola i semi sono pieni di storia e tradizione, per me sono dei pacchetti di geni che possono essere migliorati con le tecnologie di editing genetico oggi disponibili. Certamente la mia visione è meno romantica della loro e probabilmente è vero che nella mia visione si corre il rischio di ridurre la biodiversità a strumento per aumentare l’efficienza, però se la mia generazione non ha mai sperimentato quella che gli Autori di “Semi ritrovati” chiamano, all’inizio del libro, la fame vera è anche grazie al fatto che la Rivoluzione Verde ha lavorato in primo luogo per aumentare rese e di conseguenza ridurre i costi degli alimenti.

Penso che rileggerò più volte molti capitoli di “Semi ritrovati” nel prossimo futuro perché è un libro che parla di semi e di agricoltori veri… quelli che troppo spesso dimentichiamo come ricercatori e come consumatori, pensando che siano tutti simili a Banderas che nel suo mulino bianco parla con le galline. Grazie a Elisabetta Tola e Marco Boscolo gli agricoltori possono essere “letti” in tutta la loro diversità e anche questa è una biodiversità che merita di essere difesa e valorizzata.

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