I geni nel piatto

Ieri ho seguito online il terzo appuntamento del Food & Science Delivery, in questa occasione dedicato al tema dell’innovazione in campo agricolo e alle strategie da adottare per superare una visione tanto diffusa quanto falsa dell’agricoltura come processo naturale da realizzare come facevano le nostre nonne.

I relatori sono stati Antonio Pascale, scrittore, saggista, autore teatrale e televisivo e ispettore agrario preso il MIPAF, e Luigi Cattivelli, direttore del Centro di ricerca genomica e bioinformatica del CREA. Entrambi gli interventi sono stati decisamente interessanti e questa non è stata certamente una sorpresa data la capacità e competenza dei relatori.

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Tra i punti più interessanti c’è stato indubbiamente il messaggio con cui ha aperto il proprio intervento Luigi Cattivelli, secondo cui non c’è agricoltura senza genetica: possiamo fare agricoltura senza suolo, senza sole, senza chimica, ma la genetica è l’essenza dell’agricoltura, perché non seminiamo un oggetto, ma un insieme di geni ben assortiti. In modo analogo, Pascale ha ricordato che non esiste agricoltura senza innovazione: il nostro compito dovrebbe essere portare avanti l’agricoltura che abbiamo ricevuto e non fermarci all’agricoltura delle nostre nonne.

Penso che in futuro “ruberò” uno degli esempi suggeriti da Cattivelli perché, effettivamente mangiando un pomodoro, stiamo nutrendoci con una bacca decisamente tecnologica con varietà selezionate per resa, tempi di maturazione, facilità di raccolta, tipologia di utilizzo e produzione regolata. Come sottolineava Cattivelli, il sapore è la nuova frontiera della genetica del pomodoro. Alcuni scienziati hanno infatti identificato una forma rara di un gene battezzato TomLoxC, che ne influenza positivamente il sapore (con una varietà di sfumature floreali e fruttate) e che è presente solamente nel 2% delle varietà di pomodori più grandi o coltivati, sebbene fosse presente in più del 90% dei pomodori selvatici (qui trovate l’articolo). Grazie alla genetica, quindi, gli agricoltori saranno presto in grado di coltivare pomodori con rinnovati sapori, preservando al contempo i tratti che li rendono economicamente vantaggiosi.

Da un po’ di tempo mi chiedo come sarà l’agricoltore del futuro e quanto ricerca scientifica e politica riusciranno a dialogare per mettere in campo ciò che serve. Come suggeriva Cattivelli, gli agricoltori sono indispensabili e non solo per le produzioni alimentari.  Serve però ricordare che quella che viviamo è una fase di cambiamento non solo tecnologico, ma anche generazionale, per cui stiamo definendo sia l’agricoltura del futuro che gli agricoltori del futuro. Come giustamente sottolineava Pascale, in Italia l’età media degli agricoltori è elevata per cui anche a livello universitario abbiamo il dovere di formare sempre più professionisti con elevate competenze in grado di adottare le numerose soluzioni tecnologiche, nate dell’agricoltura di precisione, che sono molto diffuse all’estero, ma stentano ad affermarsi in Italia. Per raggiungere questi obiettivi serviranno anche precisi interventi economici e politici e su questo fronte sono indubbiamente  pessimista perché non mi pare che le proposte in discussione (sia a livello nazionale che europeo) abbiano ben chiaro come procedere.

Chi si fosse perso questo interessante “aperitivo” di Food&Science,  può trovare la registrazione su Youtube.

 

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