Vietare gli OGM è da sconsiderato

Strade ha pubblicato nei giorni scorsi un interessante articolo di Eddo Rugini e Bruno Mezzetti dal titolo “Persistere nel divieto di sperimentazione degli OGM è sconsiderato“.

Come l’articolo mostra chiaramente, stiamo vivendo una situazione decisamente assurda in cui l’Unione Europea continua ad approvare notifiche per l’importazione di nuovi prodotti OGM da oltreoceano, ma persiste nel vietarne la coltivazione con gravissimi danni economici per gli agricoltori. Non si hanno inoltre notizie in merito alla possibilità di  sperimentazione in campo delle nuove varietà vegetali ottenute con le metodiche di genome editing più avanzate. Che senso può avere una politica simile?

In aggiunta a questo, nelle settimane scorse, sono stati pubblicati da firme autorevoli vari articoli in cui si parlava, a mio avviso in modo decisamente non corretto, di fallimento degli OGM (qui un esempio) e si dava un nome diverso ai prodotti derivati dalle metodiche più moderne di ingegneria genetica, quasi a volere costruire una discontinuità a partire dal nome, dei nuovi OGM rispetto ai vecchi.

Le nuove metodiche di editing del genoma sono sicuramente interessanti, ma non sono certo che ricorrendo solamente a queste riusciremo  a raggiungere tutti i risultati necessari, perché, come sottolineano anche Rugini e Mezzetti, “entrambe le tecnologie (OGM e GE) vanno salvaguardate, perché sono complementari e indispensabili per costituire rapidamente nuove varietà (per ampliare cioè la variabilità genetica).”

Decidere di rinunciare agi OGM ci impedisce di usare le biotecnologie per “far fronte alle impellenti richieste da parte degli agricoltori per migliorare le filiere produttive, incluse quelle del biologico, più sicure per l’ambiente e per i consumatori. Al contempo sono capaci di salvare dall’estinzione quelle varietà che fanno parte delle nostre tipicità locali, che è un nostro dovere proteggere, come è doveroso preservare la tradizione. Di fatto l’Italia, in particolare, ha delegato ai privati non solo la produzione dei prodotti biotech, per poi importarne in massicce quantità, ma anche la ricerca, con gravi perdite di know-how, nonché di finanziamenti provenienti da programmi Comunitari”.

La responsabilità che i politici devono assumersi consiste quindi oggi nel fare una scelta importante per garantire agli agricoltori italiani la possibilità di rimanere competitivi sul mercato rispetto a chi, nel resto del mondo, coltiva già in campo il meglio delle innovazioni ottenute nei laboratori di ricerca.

Sebbene consapevoli che le innovazioni genetiche, prodotte con tecniche biotech, non siano le uniche soluzioni per la lotta alla miseria, alla fame, alla malnutrizione e al degrado ambientale, possono tuttavia offrire un considerevole contributo. Bloccarle, per motivi ideologici, giocando altresì sui bias cognitivi, o per l’interesse di alcune lobby è un atto sconsiderato e irresponsabile. In particolare, lo è nei confronti dei ricercatori italiani, a cui viene negato il diritto di mostrare i risultati delle loro ricerche, degli agricoltori che non hanno accesso alle innovazioni che possono garantire una maggiore sostenibilità dei loro sistemi produttivi e dei consumatori, a cui non viene data la corretta informazione sull’impatto di queste tecnologie e sui possibili benefici sulla sicurezza alimentare. Rugini & Mezzetti, Strade.

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