I risultati della ricerca biotech vanno portati in campo

Nei giorni scorsi, come riportato dal sito Terra e Vita, la ministra Bellanova ha illustrato le linee programmatiche del suo dicastero.

Gli obiettivi indicati sono legati al cercare di diminuire la pressione fiscale per gli imprenditori agricoli, alla riduzione della burocrazia, al favorire il ricambio generazionale e l’accesso delle donne alla terra, al combattere il caporalato, approvando leggi per la semplificazione, alla tutela del biologico e al divieto delle aste al doppio ribasso. E poi un piano straordinario per la tutela dei prodotti italiani nel mondo con etichette più trasparenti e valorizzando le filiere.

Nulla da dire su molti di questi obiettivi, ma la Ministra continua a insistere sull’agricoltura biologica come unica forma di agricoltura da sostenere, dimenticando che l’agricoltura sostenibile (sia socialmente che a livello ambientale) non è necessariamente solo quella biologica.

Manca inoltre il riferimento ad una parola chiave, che ne sottende in realtà un’altra. Manca infatti il richiamo all’innovazione e il sostegno alla ricerca che è alla base dell’innovazione. L’Italia ha fortemente ridotto gli stanziamenti pubblici in ricerca e sviluppo in agricoltura, tanto che i fondi disponibili sono sono diminuiti del 37,6% tra il 2008 e il 2016 (fonte Confagricoltura), passando da 441 a 275 milioni di euro.

Ho trovato invece molto efficace l’invito presentato da Deborah Piovan, in qualità di portavoce di Cibo per la mente (che trovate qui).

“Nell’augurare buon lavoro alla Ministra Teresa Bellanova, raccogliamo con entusiasmo e spirito di collaborazione le aperture al dialogo sul tema delle nuove tecnologie agricole, ha dichiarato Deborah Piovan, portavoce di Cibo per la mente. Chiuse nei laboratori delle università italiane sono già disponibili soluzioni che potrebbero rilanciare e rafforzare colture determinanti per il settore agroalimentare italiano: dal riso al pomodoro, dal mais agli alberi da frutto”.

Le ricerche sul riso condotte dai ricercatori dell’Università di Milano, ad esempio, hanno permesso di individuare i geni che potrebbero rendere alcune varietà tipiche quali il Vialone nano, l’Arborio e il Carnaroli, resistenti al brusone, un fungo capace di causare ingenti perdite produttive.

Sul fronte della competitività delle filiere, il caso del mais è a sua volta emblematico. Nei 10 anni tra il 2006 e il 2016 l’import di mais in Italia è cresciuto del 71% a fronte di un crollo dell’export del 68%. Nello stesso arco di tempo il valore della produzione è diminuito del 23,1% e l’autoapprovvigionamento di un prodotto fondamentale per le filiere d’eccellenza dei prodotti DOC, DOP e IGP, è sceso dall’80% al 60% (dati Nomisma, Agrifood Innovation Index di Nomisma, 2018).

Consentire ai nostri ricercatori di poter proseguire in pieno campo i progetti avviati rappresenterebbe un segnale forte di fiducia nell’innovazione e il più alto riconoscimento all’eccellenza della ricerca italiana che, nonostante le polemiche e il calo dei finanziamenti, non si è mai fermata in questi anni”.

 

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