Blockchain e filiere alimentari

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Venerdì 5 dicembre (qui è disponibile il programma in pdf) presso la Camera di Commercio di Reggio Emilia si parlerà delle diverse applicazioni della tecnologia blockchain, come strumento informatico per la tracciabilità. Ad oggi l’applicazione più nota delle blockchain è indubbiamente la tracciabilità delle operazione finanziarie, ma come cercherò di convincere i presenti al workshop del 5 dicembre, la blockchain può essere uno strumento eccellente anche per la tracciabilità e l’anti-contraffazione nelle filiere agroalimentari e ci sono già diverse esperienze interessanti su vino, carne suina e pomodoro.

Cosa sono le blockchain? La blockchain è una tecnologia informatica che permette la creazione e gestione di un grande database distribuito per la gestione di transazioni condivisibili tra più nodi di una rete. Si tratta di un database strutturato in blocchi che sono tra loro collegati  in rete in modo che ogni transazione avviata sulla rete debba essere validata dalla rete stessa. La blockchain risulta così costituita da una catena di blocchi che contengono ciascuno le informazioni relative a più transazioni. All’interno di una blockchain quindi un utente può aggiungere nuovi dati senza poter però modificare quelli inseriti in precedenza combinando quindi tracciabilità, trasparenza e immutabilità delle transazioni.

Il video sottostante, recentemente presentato sul Corriere della Sera da Milena Gabanelli, illustra in modo molto semplice il funzionamento delle blockchain.

“La blockchain è in grado di mettere in relazione gli individui e lo fa in modo velocissimo ed efficace senza il filtro di una terza figura o autorità centrale che dir si voglia”

L’idea della blockchain per seguire un flusso di transazioni risale al 2008 ed è opera di Satoshi Nakamoto, che in realtà non è uno scienziato giapponese, ma uno pseudonimo dietro cui si nascondono uno o più informatici che hanno creato  la tecnologia blockchain per la gestione dei bitcoin. Satoshi ha scritto anni fa un breve studio (disponibile anche in italiano) che ne spiega il funzionamento. Nella sua versione originale, i dati di una transazione in bitcoin non sono memorizzati in un solo pc, ma su più macchine collegate tra loro: sono i “nodi”, tutti i computer fisici partecipanti alla blockchain. Quando si parla di blockchain si intende, quindi, una catena di blocchi di dati che si riferiscono a transazioni e che devono poi essere verificati. La conferma da parte della rete è un meccanismo di garanzia: serve infatti a evitare che un utente venda o spenda monete che non ha o che le spenda due volte.

Applicata invece alle filiere agroalimentari le blockchain possono permettere di seguire, ad esempio, lo spostamento dei prodotti di una filiera dalla sorgente delle materie prime sino al consumatore finale. In questo modo si può ad esempio certificare (e rendere quindi verificabile) l’origine di un prodotto “made in Italy” rispetto ad un falso.

Come mostrato nell’immagine sottostante, l’italian sounding (inteso come un prodotto il cui nome sembra italiano, sebbene non lo sia) è un grave danno per i produttori italiani, che potrebbe essere combattuto ricorrendo a codici QR sui prodotti che permettano ai consumatori di verificare in pochi secondo la reale provenienza di quanto hanno acquistato accedendo ai dati della blockchain.

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Negli ultimi anni si stima che siano stati 80 mila i progetti basati sulla blockchain, ma il 92% di questi è fallito entro dodici mesi. Nonostante ciò, la capitalizzazione di mercato di tutte le blockchain è al momento di 250 miliardi di dollari e, secondo gli esperti, potrebbe raggiungere a breve i 4 mila miliardi di dollari.

Io sono sempre più convinto che la blockchain sia uno strumento formidabile in particolare nelle filiere agrifood… non ci credete? Ci vediamo il 5 dicembre a Reggio Emilia per discuterne.

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