Rotten: la verità sul cibo può essere dura da digerire

Nei giorni scorsi ho guardato con grande interesse la serie intitolata Rotten (trasmessa da Netflix), in cui vengono indagati alcuni dei principali problemi legati all’industria alimentare americana e globale. A produrlo è la Zero Point Zero, che gli appassionati del genere hanno già apprezzato in diversi format gastronomici di successo, tra cui quelli che hanno contribuito all’affermazione dello chef Anthony Bourdain (No Reservation, Parts UnknownThe Mind of a chef), oltre che di Wasted,  un interessante documentario, firmato sempre da Bourdain, sulla lotta allo spreco alimentare.

Ogni episodio della serie Rotten (in totale le puntate sono sei) si focalizza su un tema specifico e tra le tematiche più interessanti vi sono, a mio avviso, la produzione di miele e di latte, la gestione della pesca e la produzione di carne con gli allevamenti animali. Sebbene le filiere agroalimentari abbiamo problemi comuni in numerose nazioni, purtroppo in molti casi le puntate sono efficaci per raccontare l’industria alimentare americana ( e i numerosi problemi di cui soffre), ma spesso non è possibile estendere quanto visto in USA all’agrifood europeo e/o a quello italiano.

I due episodi di maggiore interesse riguardano il mercato del miele (ne parleremo in un prossimo post) e quella che sia per i numeri produttivi che per aspetti economici è diventa una vera e propria industria: l’industria del pollo.

Il consumo medio annuo in Italia di carne (pollo, suino, bovino e ovino) è sceso a 79 chilogrammi pro-capite negli ultimi anni, ponendo il consumo di carne in Italia tra i più bassi in Europa. La carne ha decisamente più successo in Danimarca, in cui se ne consumano quasi 110 chilogrammi a testa, e negli Stati Uniti, in cui il consumo è ben maggiore tanto far far arrivare le stime dei consumi ad oltre 200 chili tra carne rossa e pollame entro i prossimi cinque anni.

Se si osserva la figura sottostante, che illustra l’andamento del consumo di carne ad uso alimentare negli ultimi 50 anni (fonte ScienceMeat consumption, health, and the environment“), si vede chiaramente come un serio problema per il futuro non sarà tanto alimentare la popolazione umana in continua crescita, quanto fra fronte alla nuova e crescente richiesta di carne che dovrà essere accompagnata da un aumento di produzione dei mangimi.

Secondo alcune stime della FAO,   il consumo globale di carne aumenterà del 76% nel prossimo decennio. Analizzando invece la possibile origine, si stima che il consumo di pollo raddoppierà, quello di manzo crescerà del 69% e quello di suino aumenterà del 42%.

“È difficile immaginare come potremo fornire a una popolazione di 10 miliardi di persone o più le stesse quantità di carne attualmente consumate nella maggior parte delle nazioni ad alto reddito, senza effetti negativi sostanziali sull’ambiente» Charles J. Godfray, Oxford Martin Programme on the Future of Food, University of Oxford

Non si deve infatti dimenticare che il settore zootecnico è uno dei principali responsabili della perdita di biodiversità, perché foreste e aree incontaminate cedono il passo a terreni a uso agricolo, in cui coltivare mangimi da destinare al consumo animale. Tutto ciò ha un impatto deleterio anche sulle risorse idriche, dato che quasi un terzo del consumo d’acqua nelle attività umane è impiegato per l’allevamento di animali da carne.

La carne di pollo è la più consumata in America, ma si stima che sarà anche la carne più mangiata al mondo nei prossimi anni. Un grande successo del pollo è attestata anche in Italia, non solo dal fatto che sono 500 milioni i polli da carne allevati  in Italia, ma anche perché il consumo pro capite di carne di pollo è passato dai 9 Kg degli anni Sessanta, quando era molto in voga il pollo intero del girarrosto, ai 19,5 nel 2012 ai 20,4 kg nel 2016 ai 21 Kg a testa nel 2017. Questo successo si deve alla diffusione di modelli nutrizionali che prediligono le carni bianche per motivi salutistici e la convenienza di prezzo. Infatti oltre il 70% degli acquisti delle carni avicole avviene nei supermercati e discount e la maggior parte degli acquirenti approfitta dei prodotti in promozione, mentre sulle famiglie con reddito alto invece il pollo perde appeal  (-8% di consumo), in quanto questa categoria di consumatori è più attratta da prodotti nuovi e alternativi, facendosi facilmente influenzare dalle mode del momento. Per altro la filiera del pollo è l’unica filiera “animale” le cui necessità di mercato sono interamente coperte dalla produzione nazionale.

Molto interessante è anche la puntata dedicata al latte e al business del latte crudo: negli Stati Uniti il consumo di latte pastorizzato è diminuito mentre è aumentato a dismisura quello del latte crudo, perché considerato più salutare. Ma è vero che fa bene? Quali sono i rischi che si corrono nel berlo, tanto che la sua vendita è considerata illegale in ben 11 stati americani? Non voglio anticiparvi il finale, ma per il latte (così come per la carne di pollo) alla fine della puntata mi sono chiesto quale fosse la situazione in Italia e in Europa. Tutto sommato quindi Rotten, sebbene molto americano nel formato e nei contenuti, è una docuserie che spinge lo spettatore a informarsi e a “indagare” come alcuni alimenti sono prodotti nella propria nazione… non male come risultato e si può quindi dire che questa serie ha certamente raggiunto uno dei suoi scopi.

 

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