La ricerca biotech europea di fronte al dilemma sulla natura del gene editing e l’Italia della ricerca

Il supplemento Nova del Sole 24 Ore di domenica 30 settembre contiene un articolo, a firma Guido Romeo, dal titolo “La ricerca biotech europea di fronte al dilemma sulla natura del gene editing”, che analizza, a due mesi di distanza, la decisione della corte di giustizia europea di considerare le piante ottenute con le metodiche più avanzate di editing del genoma come OGM.

Da luglio ad oggi diverse nazioni (tra cui il Giappone e USA) hanno indicato la propria volontà di normare le piante ottenute con CRISPR in modo differente da quanto fatto in precedenza per gli OGM e in Germania il Consiglio tedesco per la bioeconomia (composto da 17 scienziati) ha suggerito che vengano introdotte norme specifiche per questa nuove tecnologie per favorire le innovazioni necessarie in agricoltura. Una nuova regolamentazione è necessaria perché nei fatti le metodiche attuali di genome editing sono ben diverse da quelle presenti negli OGM coltivati negli ultimi 20 anni: “Il gene-editing <scrive Luigi Naldini, noto genetista italiano dell’Istituto San Raffaele, su Il Sole 24 ore> è molto sofisticato e non è assimilabile alla transgenesi ovvero l’introduzione in blocco di geni di specie diverse”, tanto che le mutazioni introdotte con queste metodiche sono indistinguibili da quelle che potrebbero avvenire naturalmente in quegli stessi geni.

La controversia sugli OGM deve essere affrontata a livello politico perché è  esclusivamente un dibattito di tipo politico, considerato che numerosi studi scientifici (tra cui una recente review pubblicata dalla rivista Scientific Reports dai ricercatori italiani Elisa Pellegrino, Stefano Bedini, Marco Nuti e Laura Ercoli) indicano chiaramente che non ci sono evidenze della loro pericolosità, mentre sono chiari i vantaggi che derivano dalle coltivazioni OGM per gli agricoltori. Sebbene sia quindi indubbio che anche il genome editing debba essere regolamentato, serve rivedere la normativa europea che oggi “di fatto, è basata su un approccio antiquato <commenta Enrico Dainese, docente dell’Università di Teramo>, in cui si discrimina l’alimento in base alle tecnologie di produzione. Oggi non possiamo classificare un alimento a rischio in base alle metodiche usate per produrlo. (…) Andrebbe piuttosto valutato caso per caso il rischio di ogni prodotto ed esiste già l’Autorità europea per la sicurezza alimentare che è in grado di farlo”.

L’attuale normativa rischia quindi di danneggiare la ricerca biotecnologica vegetale/agraria, come già accaduto negli anni ’80 del secolo scorso a seguito dell’introduzione della moratoria per impedire la diffusione in Europa delle coltivazioni OGM.

“L’Europa sarà lo zimbello dell’innovazione in agricoltura il prossimo decennio.” (Maurice Moloney, direttore Global Institute per Food Security

Questa infelice scelta potrebbe essere particolarmente dannosa per alcune nazioni, tra cui l’Italia, che potrebbero invece avere nell’editing del genoma importanti collaborazioni con industrie agrifood. L’assenza di simili interazioni diventa desolante in una nazione in cui, come ben sottolinea l’articolo della senatrice a vita Elena Cattaneo dal titolo “Se l’Italia non cerca ricercatori” (Sole 24 Ore, domenica 30 settembre, pag. 19), gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono diminuiti di oltre il 20% negli ultimi dieci anni.

Nature nel febbraio 2018 ricordava che l’Italia è il paese europeo che ha maggiormente incrementato il proprio contributo al 10% delle scoperte scientifiche più citate al mondo. Questi sono solo alcuni dei risultati delle nostre università e centri di ricerca, ma nessuna forza politica sembra accorgersene”

L’introduzione di linee guida che limitano fortemente la possibilità di mettere in atto il genome editing avrà quindi effetti molto negativi anche sulle ricerca di base che in Italia, in assenza di adeguati finanziamenti, potrebbe non sopravvivere a lungo: “Si affievoliranno le passioni <scrive la senatrice Cattaneo>, lo sviluppo intellettuale, la consapevolezza di ciò che si deve sapere per saper fare.  La ricerca ha bisogno di un piano decennale blindato, mirato a produrre cultura, conoscenza, ottimismo, riconoscimenti mondiali, nuove tecnologie, brevetti, arte, cure, strutture e missioni di cui essere fieri. Occorre liberare l’enorme potenziale della comunità degli studiosi italiani”.

L’unico richiamo alla ricerca presente nel contratto tra Lega e Movimento 5 Stelle (citato anche dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Marco Bussetti nella sua prima audizione) è relativo alla istituzione di una Agenzia nazionale per la ricerca (l’Italia è ormai l’unica nazione europea che ne è priva), che coordini i finanziamenti dei diversi enti. Ad oggi non sono però noti i tempi di tale attuazione così come è divenuto molto fumoso il calendario di lavoro di ANVUR per quanto riguarda la valutazione delle attività di ricerca e di terza missione degli atenei. Non ci resta che attendere cosa i governi (sia nazionale che europeo) vorranno decidere per definire il futuro della ricerca in generale e nello specifico delle innovazioni in agricoltura.

 

 

 

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