Nuove sfide per la credibilità scientifica

Il numero del 21-27 settembre 2018 della rivista Internazionale contiene un interessante e (purtroppo!) attualissimo articolo dedicato al mondo delle pubblicazioni scientifiche e in particolare alla galassia in continua espansione delle riviste ad accesso gratuito per i lettori (e per questo definite “open access”). L’idea da cui sono nate queste riviste è tanto semplice quanto nobile: i risultati della ricerca scientifica (tanto più se finanziata con fondi pubblici) devono essere accessibili a tutti, senza dover pagare quote di abbonamento a casa editrici oppure versare contribuiti per leggere singoli articoli di interesse.

Purtroppo, a fronte di tante riviste scientifiche open access molto serie nella gestione dei contenuti, “si è fatta strada nel mondo della scienza, che molti considerano uno degli ultimi bastioni della credibilità, un’industria del raggiro. E’ un mercato milionario con un modello aziendale molto semplice: gestori di siti internet si spacciano per rinomati editori scientifici, convincendo i ricercatori a pubblicare sulle loro riviste e a frequentare le loro conferenze, per le quali si paga sino a duemila euro”.

Le pubblicazioni su riviste scientifiche, così come le presentazioni a congresso, sono generalmente valutate da esperti che, dopo aver evidenziato/analizzato i possibili errori o punti deboli dell’articolo, decidono se i dati riportati sono meritevoli di essere pubblicati. A quanto pare però questo meccanismo non è presente nelle riviste open access di alcuni editori, così che nei fatti un autore/scienziato paga per essere pubblicato indipendentemente dalla qualità dell’articolo. Lo stesso vale per i congressi che in alcuni casi sono eventi organizzati in completa assenza di un comitato scientifico che seleziona i contributi migliori. Se la cosa vi pare preoccupante, sappiate che in molti casi alcuni di questi editori non solo non verificano i contenuti, ma non si accertano neppure che lo scienziato esista realmente (tanto che il Dottor R. Funden, inventato dai giornalisti del Suddeutsche Zeitung Magazin per verificare la serietà di alcune case editrici, non solo ha pubblicato un articolo assurdo, ma è stato invitato anche a presentare i propri dati fasulli a conferenze internazionali organizzate dalle stesse case editrici).

Questo è un problema molto rilevante perché per il pubblico e per i politici  può diventare sempre più complesso orientarsi su alcune tematiche, non si può infatti dimenticare che “le pubblicazioni accademiche svolgono un ruolo fondamentale nella società: orientano la ricerca, attirano l’attenzione su certi temi, ispirano leggi, influiscono sulla distribuzione dei finanziamenti, sulle autorizzazioni di farmaci e sulle decisioni politiche”.

L’esempio che meglio di altri attesta i danni che le pubblicazioni false possono arrecare è indubbiamente quello di Andrew Jeremy Wakefield, ex medico britannico (in quanto radiato dall’ordine dei medici), conosciuto principalmente per una pubblicazione scientifica fraudolenta del 1998, in cui sosteneva la correlazione, oggi smentita, tra il vaccino trivalente MPR e la comparsa di autismo e malattie intestinali. A distanza di 20 anni questa pubblicazione (qui una breve ricostruzione del caso pubblicata dalla rivista Wired) viene ancora oggi citata come esempio di pericolo associato alle vaccinazioni a dispetto dell’assenza di veridicità.

In agricoltura la situazione non è molto più rosea, come emerso in quello che da alcuni giornalisti è stato chiamato il “glyphosate-gate”. Come ben riassunto su Strade da Donatello Sandroni nell’articolo “Pesticidi e bugie”, farsi una idea precisa sulla sicurezza/pericolosità degli erbicidi basati sul glifosate come principio attivo non è affatto semplice non solo per la complessità del problema, ma anche perché su questo tema alcuni ricercatori si sono spinti ben oltre il limite della deontologia che dovrebbe animare ogni scienziato. Ad esempio, il tossicologo Christopher Portier, sebbene lavorasse per un’associazione ecologista che avversava l’uso di pesticidi (l’organizzazione americana Environmental Defence Fund, che attua campagne contro gli antiparassitari dagli anni ’60),  nel 2015 è stato nominato Presidente della Commissione dell’International Agency for Research on Cancer (Iarc) ed ha subito deciso di mettere in agenda una indagine sul glifosate come sospetto cancerogeno. Nella medesima settimana in cui lo Iarc ha pubblicato la propria monografia che suggeriva la pericolosità di questo erbicida, Portier ha firmato un contratto con due studi legali in veste di consulente di parte nella class action contro Monsanto. Come ben riassunto da Sandroni, questa è stata una class action alquanto sospetta per prontezza di riflessi: “a organizzarsi per la class action sono state infatti la Weitz & Luxenberg e la Lundy, Lundy, Soleau & South, con la quale Portier pare aver avuto peraltro contatti addirittura due mesi prima di aderire alla riunione del gruppo di lavoro sul glifosate”.

I “Portier Papers” non sono però casi singoli, in quanto sono stati scoperti dopo i “Monsanto Papers“, caso in cui sono state scoperte evidenze del fatto che Monsanto influenzava il lavoro di alcuni scienziati (o meglio commissionava loro articoli con dati preconfezionati negli uffici della Monsanto) e subito prima degli “Aaron Blair Papers“, ovvero studi rimasti nel cassetto dell’epidemiologo Aaron Blair del Cancer Research Center americano anziché essere pubblicati e resi in tal modo valutabili dallo Iarc per attestare la non correlazione tra l’esposizione al glifosate e l’insorgenza del linfoma non-Hodgkin. Blair sarebbe stato anche Chairman del gruppo di lavoro Iarc che ha giudicato il glifosate cancerogeno (proprio per il sospetto di essere implicato in casi di linfomi non-Hodgkin) e nonostante ciò, per motivi ancora tutti da chiarire, ha taciuto dell’esistenza di lavori epidemiologici validi e robusti che deponevano a favore dell’innocenza dell’erbicida. Lavori che quindi il gruppo Iarc non ha potuto nemmeno vedere.

Il quadro complessivo che ne emerge è quindi decisamente poco promettente, perché è in costante aumento (in particolare nell’ambito delle scienze agrarie e dell’ingegneria, come mostrato nei dati riportati dalla rivista Internazionale) il numero di scienziati che optano per pubblicare su riviste di sospetta/dubbia credibilità, così come è in aumento il numero di articoli ritrattati (si veda il sito Retraction Watch) perché falsi o contenenti risultati non ripetibili.

Rimanendo in campo agrario, può essere interessante ricordare il caso di Federico Infascelli, professore ordinario di Nutrizione nel Dipartimento di Veterinaria dell’Università Federico II di Napoli, il cui gruppo di ricerca ha pubblicato numerosi articoli con dati alterati al fine di attestare la pericolosità degli OGM per l’alimentazione animale (qui un ottimo articolo dalla rivista Strade) oppure l’articolo di Gilles-Eric Séralini sulla tossicità di lungo periodo dell’erbicida glifosate, che è stato ritirato dalla rivista Food and Chemical Toxicology che lo aveva pubblicato per gravi vizi metodologici e per non aver rispettato standard scientifici accettabili.

Altri dubbi sorgono quando si considera il considerevole aumento nel numero degli articoli scientifici pubblicati annualmente nel corso dell’ultimo decennio. Certamente è cambiata la pressione che i ricercatori ricevono dalle proprie istituzioni per pubblicare, tuttavia emergono alcuni dati decisamente “curiosi”.  La rivista Nature, ad esempio, ha pubblicato recentemente un articolo dal titolo “Thousands of scientists publish a paper every five days” in cui John P. A. Ioannidis, Richard Klavans e Kevin W. Boyack  hanno analizzato la produzione scientifica dei ricercatori ricorrendo alle pubblicazioni censite nella banca dati Scopus. Quello che emerge è la presenza di oltre 200 scienziati nel mondo che in un anno solare hanno pubblicato oltre 72 articoli (con una media di un articolo ogni 5 giorni). Come mostra la figura sottostante (ripresa dall’articolo di Ioannidis et al sulla rivista Nature), anche considerando solamente gli 81 scienziati che hanno fornito giustificazioni alla loro enorme produzione, il numero di “super-ricercatori” è andato crescendo in modo rilevante dal 2002 ad oggi.

Avere una produzione così ampia non è di per sé indice di un comportamento fraudolento, tuttavia viene da chiedersi come un ricercatore possa avere dato un contributo scientifico rilevante (tale deve essere per avere il nome tra gli autori) in oltre 70 lavori scientifici in un anno… o come organizzi il proprio lavoro il Prof. Akihisa Inoue, che dal 1976 ad oggi risulta avere pubblicato oltre 2500 lavori scientifici (escludendo abstract o altre comunicazioni a congresso). Il problema che qui emerge è se alla incredibilmente ampia quantità corrisponda ancora un buon livello di qualità.

Se per molto tempo la scienza ha dovuto dotarsi di strumenti per evitare errori, oggi il quadro appare decisamente più complesso. Nel 2013 dall’Economist arrivava agli scienziati un monito molto chiaro “La ricerca scientifica ha cambiato il mondo. Ora deve cambiare se stessa” per stimolare gli scienziati a rendere la ricerca sempre meno vulnerabile agli errori. Ora il problema è diventato più grave perché alcuni scienziati non pubblicano dati errati, ma assolutamente inventati, alterati o mal verificati.

Se gli scienziati vogliono continuare a godere della fiducia che molti hanno ancora in loro, devono affrontare oggi numerosi problemi che vanno dalla ricerca dei dati alterati all’identificazione delle case editrici che senza scrupolo pubblicano qualsiasi cosa purché venga pagato un adeguato compenso. Riprendendo la chiusura di un articolo del 2013 di Anna Meldolesi, finché la comunità scientifica continuerà a mettere in atto sistemi di autocontrollo, “vorrà dire che le fondamenta sono sane e che ci possiamo fidare”.

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