Il cambiamento climatico rimodella l’agricoltura: come regolare prezzi e mercato per le future produzioni alimentari?

Nei giorni scorsi il sito Repubblica ha pubblicato il link ad una indagine esclusiva del consorzio giornalistico European Data Journalism Network (EDJNet), basata su 100 milioni di dati meteorologici, che certifica l’aumento delle temperature medie in tutta Europa, Italia compresa. Nei primi anni del XXI secolo le temperature italiane sono aumentate di 0,98 gradi rispetto alla media di tutto il secolo precedente e questo trend avrà sicuramente effetti su diversi aspetti della nostra vita, tra cui l’agricoltura.

La figura sottostante illustra, ad esempio, l’andamento delle temperature nella provincia di Modena (in cui abito) negli ultimi cento anni ed è chiaro il trend di aumento delle temperature che potrebbe caratterizzare anche il resto della nostra “la food valley”.

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I cambiamenti climatici influenzeranno l’agricoltura su scala globale, ma non lo faranno in modo  uniforme, per cui ci possiamo aspettare un migliorando delle condizioni di produzione in alcuni luoghi e un effetto negativo in altri (come schematizzato nella figura sottostante). Ad esempio, come indicato nel rapporto Stato dei mercati dei prodotti agricoli di base della FAO, la produzione alimentare nei paesi a bassa latitudine – molti dei quali già soffrono povertà, insicurezza alimentare e malnutrizione – sarà la più colpita, mentre le regioni con climi temperati potrebbero vedere impatti positivi con un clima più caldo che fa aumentare la produzione agricola. In altre aree del pianeta le condizioni saranno ancora utili per produrre, ma alcune produzioni locali a cui siamo oggi abituati potrebbero subire profonde modifiche. Ad esempio, nel 2017 la produzione di olio di oliva è stata stimata attorno ai 320 milioni di chilogrammi, in calo dell’11% rispetto alla media produttiva dell’ultimo decennio. Per il 2018 Coldiretti stima invece stima un raccolto di pesche in calo di oltre il 20% nel mezzogiorno e del 15% al nord e una ridotta disponibilità anche per le susine e si stimano circa il 20% di albicocche in meno nei frutteti in Emilia-Romagna, Campania, Basilicata, Puglia, Sicilia, Piemonte e Calabria.

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Come suggerito dal Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva, per evitare che il divario economico, e nella sicurezza alimentare, tra paesi sviluppati e in via di sviluppo si allarghi ulteriormente, “dobbiamo garantire che l’evoluzione e l’espansione del commercio agricolo siano equi e operino nella direzione dell’eliminazione della fame, dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione”.

“Il commercio internazionale ha il potenziale di stabilizzare i mercati e ridistribuire il cibo dalle regioni in eccedenza verso quelle deficitarie, aiutando i paesi ad adattarsi ai cambiamenti climatici e contribuire alla sicurezza alimentare”. José Graziano da Silva, Direttore Generale FAO

Come chiaramente indicato nel rapporto della FAO, molti paesi già ora si affidano già ai mercati internazionali come fonte di cibo per far fronte al proprio deficit, a causa degli alti costi della produzione agricola (come ad esempio nei paesi con risorse limitate di terra e acqua) o perché il clima o altri disastri naturali hanno ridotto la produzione alimentare nazionale: “Ad esempio, in Bangladesh, nel 2017, il governo ha tagliato i dazi doganali sul riso per aumentare le importazioni e stabilizzare il mercato interno dopo le gravi inondazioni che hanno visto i prezzi al dettaglio salire di oltre il 30 %. Allo stesso modo, il Sud-Africa – un produttore tradizionale ed esportatore netto di mais – ha recentemente aumentato le importazioni per attenuare l’effetto di consecutivi periodi di siccità. In generale, il rapporto della FAO afferma che mercati alimentari internazionali aperti, senza imprevisti ed equi sono importanti affinché il commercio possa contribuire a sostenere la sicurezza alimentare e l’adattamento climatico”.

Cosa possiamo aspettarci? In generale, è sicuro che i prezzi per i prodotti alimentari tenderanno ad aumentare un po’ ovunque, seppur con entità differenti da regione a regione. Le stime attuali indicano che i consumatori che lo noteranno di più saranno i cittadini dell’Africa Occidentale (dove è previsto un aumento legato al clima del 5,6%), India (4,6%), il resto del Sud-est asiatico (1,3%), il Nord Africa (1,2%). Se guardiamo all’Italia, dai dati ISTAT emerge che a causa delle anomalie climatiche, i prodotti alimentari hanno subito un aumento dei prezzi rispetto al 2017 decisamente rilevante: +6,9% per vino, +6% per pasta, +8% per frutta e +2,9% per verdura.

“La probabilità che la <forbice> tra Nord e Sud del Mondo si apra ulteriormente è alta, con popoli che già soffrono povertà, insicurezza alimentare e, nei casi peggiori denutrizione, senza alcuna prospettiva di miglioramento bensì sempre più vulnerabili. (…) Al centro delle preoccupazioni ovviamente sono le realtà in via di sviluppo, che richiederanno gli sforzi maggiori per la sostenibilità ma, specifica la FAO, nessun paese può considerarsi fuori dal discorso, e nessuno di noi può restare indifferente dinanzi problema: basti pensare alle crisi migratorie che abbiamo sotto gli occhi proprio in questo momento”.  Alice Pace, “Il clima cambia e impoverisce i raccolti. I dati e le sfide delle Nazioni Unite“, Wired.

 

(Mauro Mandrioli)

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