Pensare al prodotto e non alla metodica: la difficile vita degli OGM in Europa

Il 25 Luglio 2018 la Corte di giustizia europea si è espressa in merito ad alcuni quesiti formulati da 9 Ong francesi, che avevano chiesto al Consiglio di Stato di assimilare gli organismi creati con mutagenesi sito-specifica (tramite metodiche di genome editing) agli organismi geneticamente modificati e di sottoporli a regole estremamente stringenti per il rilascio in campo e il consumo alimentare (causa C-528/16, sentenza). Come riportato da diversi organi di stampa (tra cui l’agenzia Reuters, il New York Times, New ScientistThe Conversation, The Observer) la Corte Europea ha ritenuto che le metodiche di mutagenesi simili a CRISPR, pur portando a mutazioni indistinguibili da quelle che potrebbero accadere in natura, sono ottenute con una via che non accade come tale in natura e sono pertanto da “gestire” come organismi geneticamente manipolati seguendo la direttiva 18 del 2001.

L’aspetto più incredibile (a quanto anche nella Corte europea la politica viene prima della scienza) è che formulando questo giudizio la Corte ha ignorato i pareri di innumerevoli accademie e società scientifiche che ritenevano tutte, nessuna esclusa, che non vi fossero profili di rischio diversi fra i prodotti frutto della mutagenesi tradizionale (ad esempio ottenuti esponendo le piante a materiali radioattivi) e quelli di nuova generazione.

Questa sentenza è stata indubbiamente una grande delusione anche in funzione del fatto che, da quanto segnalato su diversi siti (tra cui qui in un articolo a firma di Nina Fedoroff), l’United States Department of Agriculture (USDA) ha intenzione di regolamentare le future piante transgeniche non considerando la metodologia con cui sono state ottenute, ma valutando il tratto specifico che è stato modificato.

Sono sconfitti gli agricoltori europei e le aziende sementiere grandi ma soprattutto piccole, che vorrebbero poter utilizzare tali metodiche innovative per ottenere più efficacemente varietà migliorate in grado di rispondere ai problemi sempre più complessi di un’agricoltura che deve poter stare sui mercati senza ricorrere a sussidi e contributi comunitari.
Ma sono sconfitti anche i consumatori europei che si vedono negata la possibilità di avere, a prezzi ragionevoli, prodotti agricoli più rispettosi dell’ambiente, meno dipendenti dall’uso della chimica e qualitativamente migliori. (Michele Morgante)

Un ulteriore aspetto che sorprende è che la Corte, pur affermando che “sono esclusi dall’ambito di applicazione della direttiva gli organismi ottenuti con tecniche o metodi di mutagenesi utilizzati convenzionalmente in varie applicazioni con una lunga tradizione di sicurezza”, precisa che tale esclusione “non ha come effetto quello di privare gli Stati membri della facoltà di assoggettare siffatti organismi, nel rispetto del diritto dell’Unione, in particolare delle norme relative alla libera circolazione delle merci (…), agli obblighi previsti dalla direttiva in parola, o ad altri obblighi”. Questo significa quindi che l’attuale direttiva attribuisce la possibilità di normare come OGM anche varietà già in commercio e ottenute con metodiche di mutagenesi “tradizionali”. Sebbene i vari stati nazionali non siano obbligati ad estendere questa direttiva, questo potrebbe significare normare come OGM oltre 3200 varietà prodotte negli ultimi 60 anni e che comprendono (tra le altre!) grano, riso, orzo, fagioli, ciliegie, girasole e patate.

Mentre, quindi negli Stati Unita la FDA ha definito non OGM un fungo modificato con CRISPR/Cas9 per non imbrunire, in quanto indistinguibile da uno ottenibile con una delle metodiche classiche, l’Europa imbocca una via ben diversa e che potrebbe rendere molto più complessa anche il mercato di molti prodotti che saranno indicati come OGM in alcune nazioni e non in altre (come sottolineato sul The New York Times da Carl Zimmer). E’ inoltre molto probabile che grandi aziende, come Bayer, decidano di spostare dall’Europa agli USA gran parte dei propri progetti di ricerca portando l’Europa nel suo complesso ad una situazione di stallo dell’innovazione in agricoltura sviluppata da nazioni europee:

 “Per noi scienziati, la decisione della Corte europea è assurda e porterà ad una situazione di stallo nei processi di innovazione in agricoltura. A seguito di questa decisione, l’industria agraria non avrà alcun interesse nello sviluppare varietà per gli agricoltori europei. Senza queste nuove tecnologie i risultati derivanti dalla ricerca di base sulla resistenza a patogeni e siccità nelle piante non avranno mai una ricaduta applicativa in campo. Oggi abbiamo la necessità di rendere le nostre piante resistenti agli stress idrici, capaci di usare meno fertilizzanti e meno pesticidi e non possiamo aspettare 50 anni per avere tali risultati”. (Dirk Inzé, Science Director of the VIB-UGent Center for Plant Systems Biology).

Una interpretazione (almeno per me) inattesa e stimolante di questa direttiva è stata invece pubblicata da Roberto Defez su La lettura #350 del 12 agosto:

“… la Corte ha deluso gli scienziati poiché ha definito OGM le tecnologie raffinate e percettibili del genome editing, ma per farlo ha scritto una sentenza giuridicamente e scientificamente impeccabile: tutto quello che l’uomo ha modificato geneticamente è un OGM. (…) un singolo rigido muro tra spontaneo e migliorato dall’uomo”.

In effetti questa direttiva nei fatti ammette l’assurdità della direttiva 18/2001 che considera naturali le piante ottenute per mutagenesi, per cui la Corte ha nei fatti sancito “quanto sia anacronistica e da abrogare la 18/2001”.

Nel complesso l’Europa perde una ulteriore occasione per ascoltare i propri scienziati e agricoltori e per adottare gli strumenti necessari per rendere la produzione alimentare europea di qualità e in grado di affrontare le nuove sfide che arrivano, ad esempio, dai cambiamenti climatici che cambieranno la tradizione e il localismo delle nostre produzioni… e mentre molte associazioni ambientaliste brindano a questa decisione, penso che la vera domanda cui dobbiamo rispondere sia ben definita da Deborah Piovan in questo post di fine agosto:

 

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