Migliorare la produzione alimentare ricorrendo ai big data e a una nuova “cultura del cibo”

Conoscere quali e quante risorse vengono richieste nelle fasi legate alla produzione, alla distribuzione e al consumo di un bene o di un servizio è fondamentale per la valutazione dell’impatto ecologico del nostro stile di vita in rapporto alle risorse del pianeta.

La rivista scientifica Science ha recentemente pubblicato una interessante analisi relativa all’impatto ambientale delle filiere agroalimentari e delle scelte alimentari dei consumatori. Secondo quanto pubblicato da Joseph Poore e Thomas Nemecek, ricercatori dell’Università di Oxford, i big data possono aiutarci a capire cosa accade oggi nelle filiere agroalimentari e come usare i dati disponibili per orientare le scelte dei consumatori.

Ricorrendo a informazioni provenienti da poco meno di  40mila aziende agricole e 1.600 impianti di lavorazione, tipi di imballaggi e rivenditori, Poore e Nemecek hanno stimato l’impatto ambientale di 40 tra i principali alimenti in base alle pratiche di produzione e all’area geografica mostrando che uno stesso prodotto alimentare può avere un impatto ambientale molto diverso a seconda delle caratteristiche specifiche della sua filiera (come evidente anche nella figura sottostante ripresa dall’articolo di Poore & Nemecek su Science).

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I dati disponibili da un lato mostrano una ampia eterogeneità dell’impatto di alcune produzioni ambientali a parità di prodotto messo sul mercato, senza però che il consumatore abbia modo di capire il reale impatto dello specifico prodotto che ha preso dallo scaffale del supermercato. Dall’altro ci permettono di identificare gli approcci produttivi meno impattanti e di verificarne l’applicabilità in modo più diffuso.

Lo studio di Poore e Nemecek evidenzia però che la riduzione dell’impatto ambientale delle produzioni alimentari non può essere conseguita semplicemente con azioni di condivisione di buone pratiche da parte dei produttori, ma serve che vi sia anche una azione a livello dei consumatori. Nel caso dei primi, è importante che diventi sempre più capillare l’uso delle nuove tecnologie, che permettono di ridurre l’utilizzo di insetticidi, erbicidi e fertilizzanti grazie all’agricoltura di precisione. Dall’altro lato però sono essenziali le scelte dei consumatori, perché anche nel caso di prodotti di origine animale a basso impatto, questo è comunque superiore rispetto a quello degli equivalenti vegetali. La produzione di carne bovina a basso impatto consuma comunque 36 volte più suolo e produce 6 volte più emissioni di quella dei piselli, così come la produzione di un litro di latte vaccino a basso impatto consuma quasi il doppio di terra e produce emissioni doppie rispetto a un litro di latte di soia di un produttore a medio impatto.

I produttori possono quindi scegliere quali strategie produttive usare per ridurre l’impatto delle filiere agroalimentari e valorizzare tali scelte a livello di marketing, ma i consumatori devono “premiare” con le proprie scelte i produttori meno impattanti.

E’ quindi interessante notare la rilevanza che la cultura e la conoscenza avranno nel futuro delle filiere agroalimentari, perché all’innovazione tecnica in campo richiesta ai produttori deve essere abbinata la conoscenza dell’impatto delle scelte alimentari da parte dei consumatori. “L’uomo è ciò che mangia” affermava il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, ma a quanto pare è sempre più attuale la rivisitazione di questa frase in “L’uomo mangia ciò che è”  formulata da Massimo Montanari, uno dei più noti  storici dell’alimentazione del nostro Paese, nel senso che ciascuno di noi mangia secondo il proprio modello culturale… e se accettiamo i dati di Poore e Nemecek è effettivamente necessaria una nuova e diversa cultura del cibo.

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