Foodblogger: il valore di raccontare il cibo

La rivoluzione digitale ha avuto diverse ricadute sulle filiere agroalimentari, compresa quella di creare nuove figure, tra cui una che conta su un pubblico dato da oltre 11 milioni di utenti, data da persone che partecipano ad aventi e trasmissioni televisive, pubblicano 1400 post al giorno, incassano annualmente oltre 33 milioni di like e generano un indotto pubblicitario di oltre 6 milioni di euro: i food blogger.

Ma cosa accade in Italia? Per chi fosse interessato a questa nuova figura, un buon punto di partenza è la presentazione, tenuta a Napoli a fine 2017 nell’ambito di workshop organizzati da SMAU Academy,  dal titolo “Food blogger: spunti, riflessioni e consigli per raccontare il sistema agroalimentare ed enogastronomico” con relatrice Evelina Bruno.

Avendo aperto un foodblog nel 2007, e, soprattutto, avendo creato un gruppo sui Foodblogger italiani sia su Linkedin che su su Facebook (quest’ultimo conta quasi 11000 iscritti) la discussione che si è aperta mi ha visto protagonista, coordinando discussioni e interventi sul tema. Il valore di mercato di un foodblogger è connesso alla sua capacità di influenzare o alle diverse modalità di storytelling di prodotti e produttori? Il sistema agroalimentare ed enogastronomico usa al meglio i foodblogger? Un foodblogger è un professionista del web o un appassionato di cibo? Nel workshop si rifletterà su questi quesiti e si risponderà ad alcune di queste domande attraverso dati, testimonianze e casi empirici.

In Italia, i foodblogger (qui i dieci considerati più famosi) sono meno del 3% dei blogger attivi, alcuni cucinano, altri fotografano, alcuni infine raccontano viaggi enogastronomici o scrivono recensioni di ristoranti. Solo alcuni però hanno interazioni stabili con l’industria alimentare e tra gli esempi si possono citare Barilla, Cirio e alcuni altri marchi molto attivi sul mercato, che hanno deciso di valorizzare la componente emozionale del cibo. Cosa accomuna i foodblogger? La capacità di tradurre in formato digitale la storia del cibo, la capacità di trasformare in racconti, libri e fotografie ciò che era scritto nelle ricette delle nonne.

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Numerose trasmissioni si sono interessate ai foodblogger, tra cui anche Rai Report che ai foodblogger ha dedicato parte di una puntata (che può essere vista qui su RAI Play) in aprile 2017, e spesso si citano grandi guadagni.. ma è vero anche in Italia? I foodblogger sono professionisti che guadagnano o appassionati che arrotondano?

La risposta dipende non solo dalle capacità, ma anche da quanto questo lavoro sia l’unica fonte di reddito o una attività che affianca un altro lavoro principale (quale quello di cuoco). Per alcuni (come ad esempio Sonia PeronaciChiara Maci) la risposta è assolutamente sì, nella maggior parte dei casi però difficilmente ad oggi il foodblogger può guadagnare così tanto da fare quello come unica professione. Al contrario può essere un modo efficace per attrarre interesse verso il proprio lavoro principale che può essere tanto quello di nutrizionista, quanto un lavoro da cuoco, responsabile di un agriturismo… ovvero il foodblog come strumento per raccontare il proprio modo di vivere il cibo.

 

 

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