Quale agricoltura per i territori montani?

Nei giorni scorsi ho letto l’affascinante biografia di Louis Orellier, curata da Irene Borgna e di recente pubblicazione per Ponte delle Grazie, in collaborazione con il Cai.  “Il pastore di stambecchi” affronta molti temi di grandissima attualità, grazie al fatto che Orellier  ha vissuto la montagna con molteplici ruoli, avendo lavorato come contrabbandiere, manovale, boscaiolo, bracconiere, pastore, guardiaparco e guardiacaccia.

Uno degli aspetti che viene affrontato riguarda l’agricoltura di montagna e le difficoltà di combinare produzione, clima e difficoltà di gestione. “Una volta <scrive Orellier> è incredibile come tutta la terra fosse sfruttata: spremuta fino all’ultimo per nutrire le tante bocche dei villeggi. I campi erano tutti irrigati, ogni piccolo appezzamento aveva il suo quarto d’ora di acque e guai a sgarrare. Le terrazze erano tutte recintate: guai se una mucca metteva fuori la testa, saltava subito fuori qualcuno pronto a urlarti di lasciar stare la sua erba. Adesso dell’erba e del fieno importa a pochi, in compenso ce n’è parecchi che si litigano i parcheggi. (…) Vivere in montagna non è facile, ma ora forse si riuscirebbe a farlo senza tribolare come abbiamo fatto noi”.

Il ritorno alla montagna e la valorizzazione e tutela dell’agricoltura di montagna sono tematiche oggi molto discusse, non solo per le conseguenze ben evidenti che l’abbandono delle pratiche agricole in montagna ha avuto sulla tutela del territorio, ma anche perché un crescente numero di giovani (da alcuni definiti come “i ritornanti”) torna verso la montagna. Come ben illustrato da Maurizio Dematteis, con il suo volume Via dalla città. La rivincita della montagna (DeriveApprodi, 2017), sempre più giovani lasciano le città per cercare in montagna uno spazio in cui realizzare progetti di vita e di lavoro innovativi e alternativi. I modelli che cercano di applicare sono spesso improntati alla valorizzazione delle risorse locali, alla green economy, all’ecosostenibilità, all’equilibrio con l’ambiente, alla creatività. Dall’agricoltura all’allevamento, dal settore alimentare a quello turistico e culturale, le nuove iniziative dei neo-montanari, o dei «ritornanti», sono laboratori di innovazione per sperimentare professioni che tengano conto delle specificità territoriali.

Sebbene i mutamenti climatici in atto possano aprire nuove opportunità per l’agricoltura montana, le difficoltà sono ancora molte, tanto che per aiutare l’agricoltura in montagna ed evitare l’abbandono delle aree coltivate, diverse regioni hanno ripristinato bandi per erogare compensazioni (tra cui ad esempio PiemonteVeneto). Il tipo d’intervento previsto consiste nell’erogazione di un’indennità utile per compensare gli agricoltori dei costi aggiuntivi e della perdita di reddito derivanti dagli svantaggi che ostacolano la produzione agricola nella aree montane. L’obiettivo, infatti, è quello di favorire il mantenimento dell’attività agricola nelle aree montane che ospitano aziende agricole con una redditività generalmente inferiore rispetto a quella che operano in pianura. La montagna è inoltre caratterizzata dalla presenza di ecosistemi complessi e delicati che finora hanno subito solo delle parziali modifiche da parte dell’attività antropica e che quindi vanno tutelati attraverso la gestione e il governo dell’uomo al fine di preservare la stabilità dei versanti e la regimazione delle acque.

Molto spesso il ritorno alla montagna è oggi caratterizzato dall’idea di recuperare le “antiche” pratiche agricole, dal rincorrere una sorta di post-modernità, mentre proprio per le difficoltà che l’agricoltura di montagna deve affrontare, la montagna è un luogo ideale di applicazione dell’agricoltura 4.0.

L’agricoltura 4.0 è infatti agricoltura di precisione che mira a ottimizzare l’utilizzo di fertilizzanti, risorse idriche e trattamenti, e mira a sfruttare le conoscenze che abbiamo di genetica vegetale per selezionare, ricorrendo anche a marcatori molecolari, nuove varietà di piante di interesse agronomico caratterizzate da elevata rusticità e capacità di adattamento.  Il Centro BIOGEST-SITEIA dell’Università di Modena e Reggio Emilia, ad esempio, ha tra i propri obiettivi il promuovere la sostenibilità e l’innovazione nel sistema agricolo produttivo attraverso la caratterizzazione e valorizzazione delle risorse vegetali e animali ai fini del miglioramento e della selezione di varietà resilienti e/o rustiche.

Sebbene quindi l’agricoltura 4.0 sia spesso ancora assente in montagna, potrebbe essere una ottima via da seguire, ad esempio, con un progetto per partecipare a ReStartAlp, il nuovo incubatore d’impresa che ha l’obiettivo di favorire la nascita di nuove imprese sul territorio alpino. Il progetto, dedicato a giovani under 35 che abbiano un’idea imprenditoriale o una start up nelle filiere tipiche delle Alpi (in particolare agricoltura, gestione forestale, allevamento e agroalimentare, turismo, artigianato e cultura), prevede un bando annuale con un premio finale per incentivare la concretizzazione delle idee progettuali.

 

 

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